Altopiano Ibleo

L'altipiano ibleo è caratterizzato dalla profonda integrazione tra natura e costruito.
Protagonista è la pietra calcarea, dal caldo colore dorato o grigio-azzurro, forte e tenera, compatta e porosa, che segna il paesaggio ibleo delle campagne e delle colline, lontano e vicino alla costa. Emerge con vigore il continuo e multiforme rapporto fra l’uomo e la pietra, tracce di storia affidate alla roccia calcarea che gli uomini, fin dalla preistoria, hanno saputo scavare per ricavarne tombe ipogeiche o abitazioni rupestri, e per edificare masserie, umili dimore, costruzioni utilitaristiche, muri di recinzione, torri, muragghi, manniri e molto altro.

Questo patrimonio architettonico - assieme al maestoso carrubo, al bucolico olivo, alla natura selvaggia e rigogliosa dei fondovalle delle cave - concorre, con i muri a secco, a rendere unico il paesaggio ibleo. Il paesaggio agrario è caratterizzato da campi chiusi da un fitto reticolo di muretti a secco, retaggio del sistema enfiteutico introdotto a partire dal XV secolo, e da terrazzamenti modellati sulle curve di livello dei terreni.

Le mutate condizioni socio-economiche, che nell’arco di un paio di secoli ridistribuirono benessere a strati più ampi della popolazione, condizionarono anche l’architettura rurale. Dalle più antiche torri che avevano il compito di controllare il territorio, ma anche di consentire ai convogli di grano di raggiungere indenni da assalti il caricatore di Pozzallo, si passa alle masserie fortificate prima e alle masserie aperte dopo, che ospitavano per gran parte dell’anno o stabilmente il proprietario terriero. Accanto ai locali per lo stoccaggio e la trasformazione dei prodotti della terra, a quelli per il ricovero e l’allevamento degli animali, per gran parte tenuti allo stato semibrado, si aggiunge una parte esteticamente più curata, in genere al primo piano, destinata a residenza del padrone.

Le masserie più antiche, quelle fortificate, nascono tra la fine del ‘700 e la prima metà dell’800, in genere per superfetazioni aggregate alla più datata torre, seguendo stilemi e modelli assolutamente tipici che ne consentivano l’autosufficienza. Il centro della vita lavorativa e di relazione era rappresentato da una corte centrale quadrata, il baglio, pavimentato a pietra con i cuticci. Esso ospitava una capace cisterna per la raccolta dell’acqua piovana ed era circondato da costruzioni ad un solo piano aperte verso l’interno della corte e corredate da finestre alte e protette da robuste grate di ferro. Qui trovavano posto i magazzini, l’abitazione del fattore e della sua famiglia, le stalle per i muli da lavoro e le mucche, i ricoveri per gli animali da cortile, il frantoio, i magazzini, il pagliaio con i dormitori per i lavoratori giornalieri.
Tra le mura domestiche, la vita dei fattori e dei garzoni si svolgeva quasi tutta in uno stanzone, "a casa ri mannira", dove si facevano ricotta e formaggio, si cucinava in un fornello a pietra "a' tannura", e si faceva il pane.
Nello stesso perimetro, ma al primo piano, era l’abitazione del proprietario. Le più importanti masserie avevano anche la cappella, a dimostrazione dello status della famiglia, ed un giardino ad uso esclusivo della proprietà, in genere di agrumi. Due sole aperture facevano comunicare la masseria con l’esterno. Il portone principale da cui si accedeva alla corte consentiva il passaggio della carrozza padronale e dei carri; era sormontato da una camera con quattro finestre, la guardiola, da cui si controllava il territorio e la via di accesso alla masseria. Il secondo accesso, aperto sui campi, disponeva di un sistema di feritoie per armi da fuoco, che permettevano una estrema difesa nel caso fosse stata superata da eventuali assalitori la prima barriera difensiva.
Con l’intensificarsi della presenza stabile dell’uomo nelle campagne ed il conseguente aumento di masserie, si riduce la necessità di isolarsi dal territorio. La masseria pertanto tende ad aprirsi modificando la sua tipologia. La casa del proprietario rimane spazialmente distinta dal resto delle costruzioni deputate alla attività aziendale e alla abitazione del conduttore del fondo, distinguendosi per il miglior grado di definizione costruttiva e per la presenza di decorazioni e paraste; i giardini si ampliano. Gradualmente si passa dalla casa-azienda a costruzioni che privilegiano lo svago, processo che si compie pienamente alla fine dell’800 e nel ‘900 con la costruzione delle ville. Esse nascono con l’intento di offrire riposo, benessere in un ambiente raffinato ed accogliente.

Tra i campi, ancora oggi, oltre ai muretti a secco di delimitazione delle proprietà, testimoni del lavoro sistematico di spietratura, si ritrovano diversi altri manufatti di grande valore storico e etnoantropologico quali i muragghi, manufatti in pietra a secco nati per esigenze funzionali, liberare il terreno dalle pietre e contemporaneamente, quando raggiungono altezze ragguardevoli, utilizzarli come punti di vedetta.

Non mancano le tipiche aie rivestite in pietra e a pianta quadrangolare, gli abbeveratoi, le edicole votive all’incrocio tra strade, labili segni incompresi di un patrimonio d’arte, cultura e fede, i mannaruna, caratteristici manufatti in pietrame a secco realizzati attorno ai tronchi degli alberi giovani per proteggerli dagli animali al pascolo, le saje per l'irrigazione e le calcare per la produzione della calce.

Tutte opere che raccontano e ricordano una civiltà rurale che ci ha preceduto con i suoi valori e la sua storia e che è bene non dimenticare.

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