Ogni vicolo, ogni pietra, ogni anima della città ha qualcosa da raccontare. Modica affonda le proprie radici dove la memoria quasi non arriva, nell'età del bronzo, e poi cresce, si evolve. Diventa crocevia di popoli e dominazioni, fino a diventare l’imponente e famosa Contea di Modica, possedimento dei Cabrera. Secoli di storia tutta da scoprire.

Prima della Contea

Modica, anima rupestre.
Dal passato ai giorni nostri, è la splendida sintesi della storia e della cultura iblea.

La città di Modica si rivela oggi essere un vero e proprio palinsesto a cielo aperto delle culture e dei popoli che hanno abitato questo angolo di Sicilia. La topografia dei luoghi, con uno sperone roccioso che si protende alla confluenza delle valli dei due torrenti Ianni Mauro e Pozzo Pruni, ha favorito fin dalla preistoria il popolamento umano.

La sovrapposizione dell’attuale abitato su quelli antichi costituisce la assoluta specificità della città. Nonostante la progressiva espansione edilizia lungo le pendici delle colline occupate dalla città moderna, si conservano ancora le tracce stratificate di evidenze archeologiche di rilievo, soprattutto di natura rupestre.

I ritrovamenti archeologici più antichi, risalenti all’antica età del bronzo (XXII - metà del XV sec. a.C.) e riferibili alla Cultura di Castelluccio, sono costituiti prevalentemente dalle necropoli di tombe a forno ricavate lungo i ripidi versanti delle cave di Modica e del suo territorio. I villaggi capannicoli si disponevano sui pianori soprastanti le valli fluviali. Uno di questi villaggi doveva ubicarsi tra il piano di Santa Teresa e la rocca del Castello, come è documentato, oltre che dai materiali rinvenuti, anche dai resti delle necropoli risparmiate dalla espansione edilizia, oggi attestate soprattutto nella vallata del torrente Pozzo dei Pruni, in c.da Quartiriccio e in via Santa Venera

Soprattutto nel tratto iniziale della Cava Ispica si collocano i due siti più importanti, quelli di Calicantone e di Baravitalla, con centinaia di tombe a forno ancora oggi visibili. A Baravitalla una tomba eccezionale nel panorama funerario preistorico - la cosiddetta "Tomba del principe" - presenta un monumentale prospetto a finti pilastri che contraddistingue il sepolcro collettivo pertinente alla elite della comunità.

Manca finora documentazione certa relativa al periodo compreso fra l’età del bronzo medio e finale (1450-1000 a.C. circa) nell’attuale area urbana, ma queste testimonianze si trovano in maniera abbastanza diffusa nel territorio: basti pensare alle eccezionali tombe a tholos, tipiche della media e tarda età del bronzo e attestanti un lontano influsso miceneo, presenti a Cava Ispica (C.da Scalepiane) oppure al tesoro di bronzi, dell'XI-X sec. a.C., rinvenuto in c.da Molino del Salto e oggi conservato al Museo Pigorini di Roma.

All'età del Ferro (X-VIII sec. a.C.) risale il formarsi di quel centro indigeno siculo, la Motyka delle fonti storiche greche, che doveva gravitare attorno alla rocca del futuro Castello, naturalmente difesa su tre lati, con le relative necropoli che si addensavano lungo i pendii. A quella posta ad Occidente appartenevano due tombe rinvenute nel 1925 in via Polara che hanno restituito ricchi corredi, oggi conservati al Museo Paolo Orsi di Siracusa: essi comprendono soprattutto vasi di produzione indigena associati a ceramiche di importazione greca della seconda metà dell'VIII sec. a.C. che testimoniano i precoci contatti di questo centro con le popolazioni greche che andavano ad insediarsi lungo le coste della Sicilia. La necropoli oggi meglio conservata e visitabile, con più di una ventina di tombe di tipologia varia, è situata ad Oriente, in C.da Mista.

Per l'età arcaica e classica (VII-V sec. a.C.) il centro continua a esistere, ma risulta documentato soltanto da rinvenimenti sporadici di reperti oggi conservati presso il Museo Civico. Motyka diventa un centro fiorente in età ellenistica, a partire dalla fine del IV sec. a.C. fino alla prima età imperiale romana.

Dal territorio provengono le testimonianze più importanti. Eccezionale è il c.d. "Ginnasio rupestre" di Cava Ispica, una sala assembleare ipogeica con sedile perimetrale e con iscrizioni greche incise sulle pareti che designano la spettanza dei posti. Al III sec. a.C. risalirebbe la statuetta bronzea di gran pregio raffigurante Eracle, rinvenuta nella valle dell'Irminio (C.da Cafeo) e oggi divenuta simbolo della città e gioiello della collezione archeologica del Museo Civico.

La città è menzionata da autori greci e romani tra il III sec. a.C. e il II sec. d.C.: Silio Italico la annovera tra le città alleate dei Cartaginesi contro i Romani nella seconda guerra punica; Cicerone cita l'ager mutycensis parlando delle conseguenze negative che il territorio ha subito a causa delle vessazioni di Verre; Plinio il Vecchio registra i Mutycenses tra gli stipendiarii di Roma; il geografo Tolomeo, infine, fissa le coordinate astronomiche della città e del fiume "Motycanos", l'odierna Fiumara di Modica.

Se poche risultano le testimonianze archeologiche per la prima e media età imperiale romana, il territorio torna ad essere capillarmente popolato a partire dal III e soprattutto dal IV sec. d.C.

A Modica le testimonianze più cospicue sono rappresentate dagli ipogei funerari ricavati attorno allo sperone del Castello, nei pressi dell'ingresso ad Ovest, nei costoni sottostanti dello Sbalzo ad Est e lungo il percorso segnato dall'attuale via Catena che collegava la città al fondovalle.

Ma è in tutto l'altopiano modicano che si registra una capillare diffusione di nuclei insediativi in età tardoantica (IV-V sec. d.C.), segnalati dalle relative necropoli ipogeiche o all'aperto. E' soprattutto l'area che gravita intorno alla testata di Cava Ispica ad aver restituito le testimonianze più cospicue: qui era presente una serie di nuclei cimiteriali ipogeici di cui restano oggi ben leggibili soprattutto gli ipogei del Camposanto e l'eccezionale Catacomba della Larderia.

Per le dimensioni, la varietà e la monumentalizzazione delle tipologie funerarie in essa attestate (fosse, loculi, arcosoli, semibaldacchini e baldacchini), la Larderia, in uso tra la fine del III e il V sec. d.C., rappresenta uno dei più estesi ed importanti complessi funerari ipogeici della cuspide sud-orientale della Sicilia.

Di recente rinvenimento, in c.da Finocchiara (Cava Ispica), è poi il prezioso piccolo ipogeo funerario degli Antonii, eccezionalmente ascrivibile ai membri di una gens Antonia (V sec. d.C.), come suggeriscono le iscrizioni funebri incise sulla roccia e ancora conservate in posto. Un altro sito tardoantico di grande rilievo è quello di c.da Treppiedi, oggi ormai inglobato nel cuore del polo commerciale cittadino, ma documentato da una necropoli di 73 tombe a fossa scavate nella roccia e da una serie di ipogei funerari, il maggiore dei quali, oggi fruibile, presenta i resti delle eccezionali sepolture a baldacchino.

In età bizantina (VI- inizi IX sec. d.C.) Modica, con il processo di militarizzazione dell'isola operato per il pericolo delle incursioni musulmane, si avvia ad una radicale trasformazione con l'incastellamento della rocca. Di conseguenza, quest'ultima diviene il punto di riferimento e di aggregazione per le popolazioni del territorio che vi trovano riparo, fino a che le cronache arabe registrano la presa della città di Mohac (844/845).

Pochissime sono le attestazioni riferibili a questo periodo. Il monumento che meglio rappresenta questa fase e l'avanzare del processo di diffusione della religione cristiana anche nelle campagne è la chiesetta bizantina di San Pancrati, a Cava Ispica, unica non solo per lo stato di conservazione delle murature in elevato, ma anche per il singolare sviluppo trilobato del presbiterio. Dei villaggi bizantini che dovevano costellare il territorio in questo periodo e che erano caratterizzati da strutture murarie messe in opera a secco con blocchi di notevoli dimensioni - e per questo definiti "insediamenti megalitici" -, resta purtroppo ben poco.

La dominazione araba prima e quella normanna poi, a partire dal 1091, costituiscono un momento di grande sviluppo per Modica. Si assiste all'affermarsi di una nuova modalità abitativa, quella rupestre, introdotta proprio dagli arabi, ma diffusasi principalmente nel corso dell'età basso-medievale, favorita dalla presenza delle "morbide" calcareniti dei pendii delle cave. Modica diventa così una città "trogloditica", con lo sviluppo di quartieri rupestri con abitazioni in grotta intorno alla cittadella posta sullo sperone del Castello, come quelli di S. Lucia e del quartiere Costa, ad Ovest e quello della Catena, ad Est. Anche la antistante collina dell'Itria è occupata da un nucleo rupestre, in quello che nella città storica sarà il quartiere ebraico, il cosiddetto Cartellone. Oggi questi quartieri, tranne il nucleo di S. Lucia, l'unico perimetrato e fruibile, sono inglobati nell'abitato moderno.

Anche il territorio risulta costellato di insediamenti rupestri, detti ddieri, (dall’arabo al-diyar, le case), scavati in una parete dirupa, con filari sovrapposti di grotte - fino a sei livelli in alcuni casi - dove la viabilità orizzontale veniva assicurata da ballatoi, gallerie e cunicoli al buio, mentre quella verticale da pozzi tra le grotte stesse. È chiaro come questi abitati trogloditici avessero una prevalente funzione difensiva e in tal senso sono esemplari i casi delle "Grotte cadute", delle "Grotte Giardina", di "Pernamazzone" e più a valle dei maggiori complessi rupestri, quelli del "Castello", della "Capraria" e del "Convento".

La ricristianizzazione normanna portò anche alla diffusione di edifici chiesastici rupestri dall'XI-XII sec. in poi. Eccezionali testimonianze in tal senso, anche per la presenza di preziosissimi cicli di affreschi figurati, di stile "bizantineggiante", sono la splendida chiesetta di S. Nicolò inferiore, miracolosamente conservatasi in pieno centro storico, e la chiesa di S. Venera, nel quartiere Catena. Meno note e in posizione periferica rispetto all'attuale centro storico, sono le chiese rupestri di S. Alessandra e di S. Giuseppe U Timpuni. Anche a Cava Ispica si registra lo stesso fenomeno: degne di nota e atte a servire i vari quartieri rupestri sono le chiese di S. Nicola, della Spezieria, di S. Maria, e della Grotta dei Santi, talora dotate di pareti iconostatiche litiche che segnalano l'adozione di un rito liturgico orientale.

Del Castello di Modica le strutture oggi visibili sono riferibili ad età post-medievale e moderna, ma i recenti scavi archeologici hanno confermato l'ipotesi di strutture difensive pertinenti al nucleo più antico del Castello già in età normanna. Soltanto con la seconda metà del XIII sec. compare nelle fonti documentarie la menzione del castrum.

Sarà l'inizio di una nuova fase per la Modica antica, che dal 1296 diventerà poi splendida capitale della Contea.

Tra tardogotico e barocco

Modica: cuore gotico, veste barocca.

Nel 1296 le nozze di Isabella Mosca con Manfredi Chiaramonte portano alla nascita di uno stato comitale la cui potenza presto non ebbe pari nel resto dell’Isola. I Chiaramonte edificano castelli in ogni parte del loro vasto dominio, abbellendo le città di chiese e palazzi e Modica fu presto eletta capitale della Contea.

L'unica testimonianza architettonica riferibile al Trecento a Modica è costituita dal Portale De Leva, un elegante esempio di quello stile gotico chiaramontano che ben caratterizzò l'architettura monumentale siciliana nel corso di tutto il XIV secolo. Era con molta probabilità la porta d'ingresso di una chiesetta dedicata ai Santi Filippo e Giacomo. La chiesetta, sopravvissuta al terremoto del 1693, sarebbe poi divenuta cappella privata della nobile famiglia De Leva, incorporata nel loro palazzo settecentesco.

In Sicilia, dopo la spedizione voluta da re Martino I per riaffermare il potere reale e guidata dall’ammiraglio e capitano Bernardo Cabrera, il XV secolo si apre con la riorganizzazione dell’Isola, ormai parte integrante del regno spagnolo.

La ricca Contea di Modica diventa possedimento dei Cabrera, una delle maggiori famiglie catalane trapiantate in Sicilia. Nell’atto di investitura del 1392 a Bernardo Cabrera si legge “Sicut Ego in Regno Meo, et Tu in Comitato Tuo” - “come io nel mio regno, tu nella tua contea”, il riconoscimento per il Conte all'interno dei suoi territori da parte del re aragonese di un ruolo quasi pari ad un sovrano.
Si afferma, in questa fase, una nuova architettura ad opera di committenti catalani che richiedono palazzi, chiese, cappelle gentilizie e maestranze che operano nel territorio. Si diffonde così un’architettura fatta di volumi semplici, realizzati intagliando con estrema perizia la pietra, caratterizzata da esplosioni di sculture e arditi trafori.
Al terremoto del 1693 sopravvivono solo edifici a carattere religioso in cui la committenza mostra un ruolo determinante e dove l’impronta catalana è evidente.

La chiesa del Carmine costituisce uno dei pochissimi esempi rimastici di architettura gotica esistenti prima del terremoto del 1693. I carmelitani arrivano a Modica nel 1390, nell’ultima fase della contea legata ai Chiaramonte e sia la chiesa che il convento risalgono al XV secolo.

In coincidenza con il matrimonio di Anna Cabrera, contessa di Modica, con Fadrique Enriquez, Almirante di Castiglia, celebrato nel 1481, venne eretto a Modica Alta il Convento dei Frati Minori Osservanti, con l'annessa chiesa di S. Maria del Gesù, che costituisce un complesso architettonico tardo-gotico di notevole rilievo. Fondato nel 1478, il complesso architettonico era extra moenia, cioè sorgeva in uno spazio non urbanizzato, almeno fino al '700. Non è distrutto, ma soltanto danneggiato, dal terremoto del 1693.

Legata ancora al tempo dei Cabrera è anche la chiesa di San Domenico e l’attiguo convento, eretti entrambi nel 1461.
Il Convento dei PP. Domenicani è sede, nel corso degli anni, di un qualificato “Studium” e diviene distretto locale del Tribunale dell’Inquisizione (1487-1782). Dopo la proclamazione del Regno d’Italia, il Convento passerà al Demanio nel 1862 e diverrà Palazzo di Città.

Il 15 agosto del 1474 la proverbiale pacificità delle genti di Modica venne ad essere smentita dalla strage di circa 360 ebrei dimoranti nella Giudecca, il quartiere Cartellone; la sommossa prende avvio dal sagrato della Chiesa di S. Maria di Betlem, risalente al XV secolo e divenuta dal 1645 una delle tre antiche collegiate della città. Anch'essa conserva al suo interno una splendida cappella tardo-gotica.

A partire dalla prima metà del XVI secolo Modica comincia una nuova espansione urbanistica e si arricchisce di un nuovo quartiere, il Casale, lungo la sponda sinistra della Fiumara, ai piedi della collina Monserrato. Qui i modicani, dal 1615 al 1624, edificano il Santuario della Madonna delle Grazie. L’edificazione della chiesa inizia nel 1615 allorché viene ritrovata miracolosamente una tavoletta d’ardesia raffigurante la Madonna delle Grazie. Il progetto originario prevedeva l’ingresso alla chiesa ad occidente; ogni mattina, però, la tavoletta miracolosa è trovata rivolta verso la città, per cui si decide di rifare l’ingresso nella sede attuale, affinché la Madonna potesse guardare la città e proteggerla.

Sempre al '600 risale la costruzione della Chiesa e del Convento di Sant’Anna e San Calogero. La Chiesa si trova sulla Via Liceo Convitto e conserva l’aspetto seicentesco poiché non risulta danneggiata in modo significativo dal terremoto. Dell’attiguo convento sappiamo che è stato edificato nel 1613 e abitato dai Riformati del Terzo Ordine di San Francesco. I locali del convento sono stati trasformati nel 1878 in Liceo Convitto e già nel 1880 è in funzione il Liceo Classico intitolato al filosofo modicano Tommaso Campailla.

L’11 gennaio 1693 un terribile sisma con un’intensità pari a 7.8 della scala Richter sconvolge l’anima quieta della città, atterrando il suo castello, le chiese, i conventi e i palazzi. La popolazione è più che dimezzata, solo a Modica muoiono circa 3.400 persone. Nonostante la tragedia, la ricostruzione della città è repentina grazie ad architetti, ingegneri, capimastri, artigiani, tanto che già nel 1702 la ricostruzione procede di gran passo: Modica risorge barocca. Sempre nel 1702, il conte Giovanni Tommaso Enriquez Cabrera è accusato di tradimento e condannato a morte da Filippo V di Spagna che confisca anche i suoi beni. La contea di Modica è inclusa, dunque, nel demanio spagnolo, per un periodo che va dal 1702 al 1713. In tale anno, con il trattato di Utrecht, i Savoia ottengono il Regno di Sicilia e Vittorio Amedeo II ne viene nominato Re a Palermo. Tuttavia, essendo la Contea di Modica di proprietà della corona spagnola, pur regnando i Savoia in Sicilia, essa è mantenuta da Filippo V di Spagna.
Quando l’intera Sicilia passa nelle mani di Carlo VI d'Austria, nel 1722, Pasquale Enriquez Cabrera riottiene la Contea di Modica. Questi muore nel 1740 senza eredi e la Contea viene ceduta alla famiglia degli Alvarez de Toledo e dei Fitz-James Stuart, fino al 1812, quando è votata l'abolizione del feudalesimo in Sicilia.

Nel dicembre del 1816, la Contea di Modica cessa di esistere. Poiché il sistema del latifondo nel territorio della Contea è già stato superato con il frazionamento e la redistribuzione delle terre ai contadini modicani già dal 1452, con l'enfiteusi, la Contea, anche dopo essere stata abolita, mantiene un buon rendimento economico, sconosciuto in altre parti della Sicilia.
Il titolo di Conte di Modica è ancora oggi detenuto dai discendenti della famiglia spagnola Fitz-James Stuart, Duchi di Alba de Tormes.

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